Sherlock 4×02 The Lying Detective – La Recensione

Recensioni
Andrea Prosperi
@Www.twitter.com/Zero_Borja

Lettore ossessivo-compulsivo, quando non è su Twitter lo trovate a scrivere articoli sulle ultime novità del mondo dei fumetti.

La struttura delle stagioni di Sherlock è costante, a causa del numero limitato a tre episodi, rendendo in un certo senso questi episodi “simili”, in alcuni aspetti, agli stessi con uguale numerazione. Così il primo episodio di ogni stagione fa da introduzione al grande caso che vedremo nella terza puntata, accogliendo l’hype dell’attesa, e accumulandone altro verso il finale di stagione. Allo stesso modo, ogni terza puntata racchiude una ideale conclusione, mostrando in tutta la sua personalità la figura dietro le quinte di tutta la stagione, che si trattasse di Moriarty o del perfido Magnussen.

Ma le seconde puntate? Le puntate scandite dal numero 2 rappresentano fin dalla prima stagione la grande incognita: né un inizio, né una fine, per una puntata più semplice, atta a creare il terreno per lo status quo da cui avrà inizio il finale di stagione. Un compito non affatto facile, che ha generato nel tempo due puntate sottotono, donandoci una seconda puntata memorabile solamente in occasione della terza stagione, con Il Segno dei Tre, la divertentissima puntata dedicata al matrimonio di John e Mary.

E questa 4×02? Non ci resta che analizzarla, e recensirla, insieme a voi.

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Un po’ peggio di un uomo

Se la scorsa puntata ha posto l’attenzione sulle dinamiche più comiche della serie, puntando al recupero delle tematiche classiche, attualizzandole nel nuovo microverso popolato anche da Mary e Rosie, questa seconda puntata, come prevedibile, ribalta completamente il punto di vista, divenendo in gran parte John-centrica.

Il dramma è protagonista come non mai. Quel dramma che non ci era stato mostrato fra la seconda e la terza stagione, viene violentemente posto sotto ai nostri occhi, consapevoli della speranza che stavolta non trova alcun posto. Mary non tornerà. Lo sa John, lo sa Sherlock, lo sa anche lo spettatore, che non può e non deve credere nei miracoli questa volta. Gatiss e Moffat stavolta giocano decisamente coi sentimenti di chi osserva, sperimentando con la consapevolezza di chi sa che rimangono solamente due puntate per mostrare tutte le potenzialità della serie che hanno concepito anni fa, con la finale crescita dei personaggi.

In questi novanta minuti la comicità è ridotta al minimo, così come l’azione, in una narrazione spesso onirica, ma che risulta secondo alcuni aspetti prevedibile. Durante la visione si riescono infatti a cogliere diversi indizi e prove su come andrà a chiudersi l’episodio, sullo snodo fondamentale. Ma se pecca nel risultare a tratti semplice, eccelle nel livello opposto, dedicandosi ad un lavoro di analisi, e psicanalisi, che vive nella scia lasciata da autori come Joyce e il suo Ulysses.

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Un po’ meglio di una bestia

Livelli narrativi non fanno che intrecciarsi, due casi che non fanno che entrare l’uno nell’altro, lasciando allo spettatore comprendere quale stia davvero risolvendo l’investigatore di Baker Street. Un serial killer che non ha nulla di memorabile, e un John Watson da salvare da se stesso, come chiesto dalla defunta Mary. E tutto ciò nelle peggiori condizioni possibili per Sherlock: devastato dalla droga e dai sensi di colpa, vediamo il detective inglese meno lucido che mai. Una macchina che appare ormai rotta, in una spirale discendente che sembra non invidiare nulla al baratro in cui John non sembra in grado di uscire. Follia, mancanza di lucidità, visioni, nulla viene lasciato al caso per trasportare lo spettatore nello stesso mondo deviato dell’investigatore, umano, tremendamente umano. Eppure, senza essere snaturato: ciò che più colpisce è la crescita del personaggio, in grado sì di apprezzare e vivere i rapporti umani come difficilmente prima d’ora, ma al tempo stesso in grado di rimanere il razionale Sherlock, capace di rischiare di morire al solo scopo di permettere al caro amico di riscoprire se stesso. Fiducia e sacrificio si incrociano dunque con la logica d’acciaio a cui l’investigatore ci ha abituato, donandoci un personaggio assolutamente più forte, nella sua fragilità.

Ma la ricerca dell’umanità in questa puntata non riguarda Sherlock, già punito e riportato alla dimensione terrena dalla scorsa puntata. Questa volta la ricerca dell’umanità è tutta per John Watson, reduce da stagioni che lo hanno reso lontano dalla realtà, in un immaginario ideale che lo pone come il perfetto esempio di uomo: fedele, altruista, in grado di rappresentare la luce in un mondo distorto, come quello in cui vivono persone come Sherlock, o ancor più Mary. Proprio Mary, viva nella mente malata di John, è la fulvia espressione di chi crede in quel John ideale, quel John in cui egli stesso non è in grado di riconoscersi.

Così, nel chiudersi del caso, nel salvare John, nel lasciare che egli salvi se stesso, è proprio il dottore finalmente a crollare nella sua umanità, ammettendo il senso di colpa che lo opprime dalla morte della moglie, che ha lasciato la vita senza sapere del peccato dell’uomo che amava.

Un abbraccio. L’atto finale dell’amicizia dei due eroi che così tanto hanno condiviso. E così tanto hanno sofferto. Una scena decisamente fuori dagli schemi, che non ci saremmo mai aspettati nel 2010, ma che ora appare così naturale. Ma la puntata non può certo chiudersi così.

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Shining

Al suo interno, questa puntata racchiude un’altra parte dentro di sé, autonoma, scindibile, la definitiva anticipazione di ciò che ci aspetta per la chiusura della stagione, forse chiusura per l’intera serie. Recuperato John, si torna ai più classici temi della narrazione del duo Gatiss/Moffat, pronti a stupire, regalandoci pochi ma intensi minuti che generano un salire di emozioni. I misteri lasciati insoluti è il momento che tornino a galla, per chiarire tutto ciò che va chiarito, prima di un finale che si preannuncia più che esaltante.

Moriarty.

Il terzo Holmes.

Uno sparo.

Non resta che attendere quella che appare come una lunghissima settimana, per scoprire la conclusione di questa fantastica saga che ci tiene incollati allo schermo da anni.

Come solito, l’episodio nasconde qua e là diverse citazioni sia alla serie stessa, sia alla produzione originale di Arthur Conan Doyle. Pregevoli chicche disseminate qua e là per gli appassionati, tra cui la citazione a Irene Adler, amatissimo personaggio di cui la fanbase attende da tempo un ritorno, fin dal quella 2×01 che le è valsa la fama, più che meritata. Narrazione e sceneggiatura di buon livello, confezionando una puntata atipica, originale nella sua prevedibilità, sconvolgente nel chiudersi.

Ricordiamo che Sherlock è disponibile sulla piattaforma di streaming Netflix, che propone la puntata dalla mezzanotte immediatamente successiva alla trasmissione sulla rete britannica BBC. Il prossimo e ultimo episodio sarà così disponibile dalla mezzanotte di Lunedì 16 Gennaio.

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Sherlock 4x02 The Lying Detective

Sherlock 4x02 The Lying Detective
8.3

Trama

9/10

    Intrattenimento

    8/10

      Regia

      9/10

        Cast

        9/10

          Sceneggiatura

          8/10

            Pros

            • Psicanalisi dei personaggi
            • Atipico
            • Finale sorprendente

            Cons

            • Finale abbastanza
            • Villain privo di spessore

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